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Una Quaresima che diventa quarantena
01 Aprile 2020

Leggi qui l’articolo integrale (a pag. 2)


Una Quaresima che diventa quarantena è quella che racconta fra Emanuele Rimoli in San Bonaventura informa. Una passeggiata (quando ancora era permesso) in una Roma ovattata in cui “c’era troppo silenzio, immobile e spesso”. Un tempo di precarietà e di spaesamento propri del sabato santo, giorno di passaggio così come questo periodo di quarantena nel quale cogliere il messaggio pasquale.

«Sono uscito per una passeggiata serale prima che fosse vietato. Al Campidoglio sono rimasto sconcertato: la piazza maestosa aveva un tono irreale, sordo come un paesaggio lunare. C’era troppo silenzio, immobile e spesso. Per spiegarmelo, nei giorni seguenti ho preso a cercare parole sensate: la creazione, la passione di Cristo, il bacio all’Inquisitore, il silenzio di Rublëv – una sola comune risposta: è drammatico il silenzio, un grembo in cui splende la scintilla della vita. "Che Dio ti dia di sperimentare ciò che dal silenzio è generato. Se infatti intraprenderai questa condotta, non so quale grande luce, a partire da lì, si leverà in te…" (Isacco il Siro).

L’esperienza di vita claustrale che stiamo facendo è una novità assoluta. Il silenzio delle strade trova il suo contrappunto in appelli e indicazioni su come vivere questo tempo – letture, film, studio, preghiera, dieci-venti-cento cose da fare per non morire di noia, riscoperta dei rapporti famigliari e relativi meme per sdrammatizzare. Per ogni suggerimento siamo grati. Ma non c’è una spiegazione del silenzio.

Nemmeno mancano le interpretazioni più variegate alla situazione: negazionismi, complottismi, catastrofismi, minimalismi, allarmismi, l’immancabile “punizionedivina-ismo” – la madre degli ismi è sempre incinta, e mai di equilibrio. La lucidità arranca, ne abbiamo avuto prova con il grottesco assalto ai supermercati. Il pendolo dei nostri volubili sentimenti oscilla trascinandoci fra gli estremi.

Ci domandiamo perché, ma non conosciamo già la risposta? Abbiamo paura – esasperata dal non poterci toccare, dal tempo lento che rende tutto come di seconda mano (Aleksievič), forse anche dalla tanta presenza cui siamo costretti stando in casa. Nulla è scontato, siamo disabituati a ricordarcene.

Non solo, non si tratta di una paura generica, ma della specifica e precisa paura di morire – nonostante i traguardi delle più svariate e benedette tecnologie, gli Avengers e gli X-Men. Ci è sbattuta in faccia la nostra provvisorietà e la terra sotto i nostri piedi si sgretola. Il pensiero va soprattutto ai medici e agli infermieri stremati dall’emergenza, a chi muore solo perché in quarantena o in terapia intensiva, alle loro famiglie che non possono stargli vicino». (E.R.)


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fonte: Seraphicum Press Office