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Vita di Antonio Ligabue, il “pittore matto” delle tigri
16 Gennaio 2020

Leggi qui l’articolo integrale (a pag. 16)


Ci sono personaggi straordinari e modi altrettanto straordinari di raccontare la loro vita e anche la loro follia. Elisabetta Salvatori, attrice e autrice teatrale, racconta ai lettori di San Bonaventura informa la vita di Antonio Ligabue, il “pittore matto” delle tigri. Un viaggio affascinante, sulle ali del suo spettacolo “Delicato come una Farfalla e Fiero come un’Aquila”, dedicato appunto a questo artista.

«Ogni volta che racconto la vita di qualcuno che non ho conosciuto personalmente, prima di tutto, dentro di me, gli chiedo il permesso di poterlo fare, gli chiedo di guidarmi e se poi trovo dei fili che ci legano, questi diventano una risposta d’approvazione. Anche stamani, per scrivere su Ligabue, è andata così.

Già mi sentivo accolta nella sua vita semplicemente perché mi chiamo Elisabetta, come si chiamava sua madre, la matrigna e anche la sorellina, le uniche donne della sua vita.
Ma questa volta mi sono accorta di un altro dettaglio: mentre scrivo è il 18 novembre.

La notte del 18 novembre del 1962, in una locanda di Guastalla, Antonio Ligabue, il pittore matto delle tigri, venne colpito da una paresi alla mano destra, erano giorni che la mano gli tremava. Fu ricoverato all’ospedale, ma non ci fu niente da fare, non recuperò la mano con cui dipingeva.
Aveva lottato per tutta la vita, perché sapeva di essere un povero diavolo, ma non aveva mai avuto dubbi sulle sue mani: si accorgeva che mentre gli altri dipingevano lui faceva opere d’arte, e la forza di vivere gli veniva da lì. […]

È il mondo libero dell’arte che non ha mode e sopravvive al tempo. Avvolto dalla nebbia che nasconde i colori, lui i colori li vedeva con gli occhi dei bambini, con la meraviglia dei santi e degli animali. Pennellate precise, perfette, pulite, affrontava la tela bianca in modo rapido e sicuro. Dipingeva e gemeva, come un canto misterioso che non c’è dato di capire, come una preghiera a Dio perché non smettesse di guidargli la mano.

Guadagnerà molti soldi. Comprerà dodici moto, due auto e avrà un autista. Ma non saranno i soldi a farlo stare bene, la soddisfazione vera è che la gente comincia a dargli del “voi”, lui l’aveva sempre dato a tutti e l’aveva tanto desiderato. Un piccolo uomo difficile, che fu ricoverato diverse volte in manicomio e anche qui i medici si accorsero del suo talento e lo invitarono a dipingere. Eccentrico, istintivo, geniale, sporco, trasandato e col profumo dei colori ad olio sulle mani». (E.S.)


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fonte: Seraphicum Press Office