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Stupore e tremori
26 Novembre 2020

Leggi qui l'articolo integrale (a pag. 40)


Nuovo appuntamento con "Il tesoro dello scriba" di San Bonaventura informa, la rubrica tenuta da fra Emanuele Rimoli. Si parla del libro Stupore e tremori di Amélie Nothomb, una straordinaria autobiografia dell’autrice che mette in evidenza le marcate differenze culturali tra Europa e Giappone.

«"L’8 gennaio 1990 l’ascensore mi sputò all’ultimo piano dell’edificio della Yumimoto". La giovane Amélie, autrice e protagonista del romanzo (nella foto), riesce a coronare il suo sogno: tornare a vivere in Giappone dove è nata e cresciuta (ne aveva già scritto in Metafisica dei tubi). Viene assunta presso una multinazionale, un enorme ingranaggio capace di manovrare capitali e merci per l’intero pianeta e che, natura sua, si regge su una inamovibile gerarchia affinché anche il più piccolo pignone sappia bene qual è la sua posizione.

"Il signor Haneda era il capo del signor Omochi, che era il capo del signor Saito, che era il capo della signorina Mori, che era il mio capo. E io non ero il capo di nessuno. Si potrebbe dire diversamente. Io ero agli ordini della signorina Mori, che era agli ordini del signor Saito, e così di seguito, con la precisazione che gli ordini verso il basso potevano saltare i gradini della scala gerarchica. Per cui, alla Yumimoto, io ero agli ordini di tutti".

Amélie è assunta come interprete, ma una europea che parla giapponese non è vista di buon occhio dai superiori, giacché "come avrebbero potuto sentirsi a loro agio i nostri partner con una bianca che capiva la loro lingua? A cominciare da adesso, lei non parla più il giapponese". È l’inizio di una parabola discendente fatta di pretese impossibili e assurdità che la Nothomb racconta con un’iniezione di nero umorismo, spesso sfiorando il cinismo.

"Ricapitoliamo. Da piccola volevo diventare Dio. Molto presto compresi che era chiedere troppo e versai un po’ di acqua benedetta nel mio vino da messa: sarei stata Gesù. Presi rapidamente coscienza del mio eccesso di ambizione e accettai di ‘fare’ la martire, una volta diventata grande. Adulta, mi decisi a essere meno megalomane e a lavorare come interprete in un’azienda giapponese. Sfortunatamente, era troppo per me e dovetti scendere di un gradino per diventare ragioniera. Ma non c’erano stati freni alla mia folgorante caduta sociale. Mi venne dunque assegnato il posto di nulla facente. Purtroppo - avrei dovuto sospettarlo - era ancora troppo per me. Ottenni così l’incarico estremo: guardiano dei cessi".

Potrebbe sembrare un racconto di denuncia, e di sicuro le disavventure della protagonista suscitano al lettore una certa indignazione. Invece no. È una bizzarra autobiografia che con piglio spregiudicato mostra l’abisso culturale tra l’Europa e il lontanissimo Giappone, ma non cade nell’accusa o nella condiscendenza, né nella pretesa di risolvere il paradosso di un affetto che lega l’Autrice ai due estremi». (E.R.)

 

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fonte: Seraphicum Press Office