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La minorità nel francescanesimo
05 Dicembre 2017

Il recente incontro di papa Francesco con i francescani, offre l’occasione per riflettere sul concetto di minorità, essendo un aspetto su cui il pontefice si è particolarmente soffermato nel suo discorso.

Ad approfondire, in San Bonaventura informa, questo caposaldo del carisma francescano è fra Domenico Paoletti, docente di Teologia fondamentale e vicario della Custodia del Sacro Convento di Assisi.

«La minorità - scrive - viene presentata nel suo significato più profondo come codice relazionale: la minorità “esige da voi una relazione di fratelli minori”. La minorità è quindi uno stile relazionale con un’evidente matrice ed ispirazione evangelica-cristologica.

Francesco lo impara contemplando l’umiltà di Dio “nell’Incarnazione, nella Croce e nell’Eucaristia”. Il passaggio più denso e generativo del messaggio, che deve essere approfondito ai vari livelli, è il proporre la minorità “come luogo di incontro e di comunione con Dio; come luogo di incontro e di comunione con i fratelli e con tutti gli uomini e le donne; infine, come luogo di incontro e di comunione con il creato”. […]

Di minorità san Francesco non parla mai: essendo un termine astratto, si accorda poco con il senso di concretezza che caratterizza il Poverello al quale interessano le persone, i frati minori. Il termine “minore” è relativo in quanto non basta a se stesso, come i termini assoluti (grande, piccolo, alto…), ma implica sempre l’essere in relazione con un altro con il quale si stabilisce una comparazione; e nella comparazione si sceglie di essere “meno di”, meno dell’altro.

Va precisato che la scelta di essere minore non è compiuta per volontà di umiliazione o per un senso di inferiorità, ma semplicemente e unicamente per amore: chi ama veramente riconosce l’altro più importante di sé ed è spinto ad uscire da se stesso e mettersi umilmente in ascolto e a servizio dell’altro, fino a sacrificarsi perché l’altro sia e possa vivere bene.

Inoltre, come concetto relativo-relazionale, “minore” è anche rivelativo di Dio che si auto comunica all’uomo nella storia, facendosi “povero da ricco che era” (2 Cor 8,9), donandosi fino alla morte in croce; la croce è il locus della più alta e visibile minorità, e quindi della più alta rivelazione di Dio che è solo amore, e nello stesso tempo rivelazione dell’uomo, amato da questo Dio che soffre, si umilia, si abbassa, muore per l’uomo e per tutti gli uomini. Il Dio che Gesù Cristo ci rivela, e Francesco contempla, è il Dio “minore”: noi siamo la passione e l’amore di Dio». (D.P.)


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fonte: Seraphicum Press Office