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La misericordia come mentalità e nella versione francescana
21 Ottobre 2016

Pensare misericordiosamente e la versione francescana della misericordia sono i due contributi, all’Anno giubilare, offerti da fra Giulio Cesareo (OFMConv), docente di Teologia morale e Metodologia, e da fra Orlando Todisco, docente di Filosofia francescana, in San Bonaventura informa.

“Spesso, infatti, tendiamo a considerare la misericordia un atteggiamento temporaneo - scrive fra Cesareo -, dovuto a circostanze straordinarie, che porta a non intervenire in maniera drastica nei confronti di qualcuno che si è reso colpevole di qualcosa.
In questo modo la misericordia e il perdono appaiono come una sorta di amnistia, di cui tutti godiamo e ne siamo consapevoli in quanto credenti, e che per questo va in qualche modo a nostra volta offerta ai nostri debitori, come richiesto da Cristo. […]

Pensare e valutare misericordiosamente non significa buonismo, né tantomeno indifferenza. Per questo, se vogliamo fare un esempio, certo inadeguato, ma che comunque può aiutare a intuire qualcosa di questa mentalità misericordiosa possiamo pensare alla valutazione che un genitore sano fa di un suo figlio problematico e/o ribelle.

Il male non viene negato, ma la persona continua a essere accolta, perché la relazione che li unisce è più forte del male, dal momento che è una relazione d’amore: la persona, infatti, è più importante delle sue azioni. E per questo la speranza e l’impegno del genitore in vista di un miglioramento del figlio non vengono mai meno”.

Sul fronte di una comprensione in chiave francescana della misericordia, si pone l’intervento di fra Todisco: “il francescano propone il capovolgimento del primato della ragione con il primato della libertà - si legge - ponendo in principio l’atto creativo, secondo cui il mondo e le sue creature, perché contingenti, devono il loro essere a Colui che poteva tenere per sé ciò che ha voluto partecipare fuori di sé. Non essendo, non si aveva alcun diritto – il diritto comincia dal momento in cui si è.

Al primo posto da una parte la libertà creativa e dall’altra il nulla, sicché ciò che viene all’essere è essenzialmente dono, dunque con un significato che rifluisce nella stessa libertà di colui che l’ha voluto. Siamo all’abisso della libertà creativa di segno oblativo. Si impongono non il diritto-a-essere e la mentalità rivendicativa, quasi che Dio debba qualcosa a qualcuno, ma il ‘dovere di ringraziare’, prendendo coscienza della propria gratuità”.


Leggi qui gli articoli (da pag. 13)

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fonte: Seraphicum Press Office